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18 Aug

Se muore il dialetto, muore una città…

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10 Aprile 2018
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di Leonardo Fania

A San Giovanni Rotondo i soprannomi li possiamo definire un patrimonio. Da sempre hanno contraddistinto intere famiglie tanto che alcune persone erano conosciute più per il loro soprannome che per il nome e cognome ufficiali.
E’ la bellezza dei paesini, di una socialità basata su un difetto o pregio fisico, su un’attitudine o su una caratteristica particolare, geniale e controversa, alle volte addirittura inspiegabile.
Ve lo immaginate? Una giornata d’estate, tra i vicoli del centro storico, bambini che si rincorrono, mamme che li chiamano dai balconi e anziani che si chiamano tra loro: “Tarzanì”, “Cippngù”. Ecco, il solo scriverlo mi fa immaginare la scena e sorridere davanti al computer.
Ricordo che alle scuole elementari una delle canzoni che ci insegnavano era “Cummare Voria”, l’inno di San Giovanni potremmo definirlo, uno degli ultimi tentativi, credo, di salvaguardare un passato che ora sta passando di moda.
Dialetto e soprannomi stanno sparendo. Stanno sparendo, però, nel silenzio complice di una parte della città che tende a qualificarli come obsoleti se non gretti, dimenticando le proprie origini.
Prima di perdere anche queste ultime tracce di tradizione, sarebbe il caso di rimettere mano a quei dizionari che alcuni professori del passato hanno compilato, con le parole, i luoghi e i giochi della San Giovanni che era, prima che sia troppo tardi e tutto cada nel dimenticatoio.
«Un popolo «è» le sue radici. E il dialetto è uno «scrigno» che custodisce storia, vita, usi, tradizioni, costumi e folclore di un territorio; è un prezioso ponte tra un passato più o meno remoto, che rischia di scomparire, e un presente nel quale la tradizione orale potrebbe diventare soltanto un lontano ricordo».

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