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05 Feb

Padre Pio intercessore di grazie

Mi trovavo sul piazzale davanti alla chiesetta e un uomo mi si avvicinò: «Reverendo, per favore, vorrei parlarti», disse.

Ci appartammo e mi fece presente la penosa situazione in cui versava. La moglie, affetta da un tumore maligno al petto, aveva pochi giorni di vita.

I medici, e ne aveva interpellati tanti, l’avevano definitivamente dimessa. Ogni cura sospesa, solo qualche farmaco, per lenire i dolori, le veniva ancora somministrato.

«La scienza» mi diceva, «non può più nulla; mia moglie mi ha supplicato di portarla qui, a S. Giovanni Rotondo. Io, però, non credo», soggiunse, «sono ateo: sono un 33 della massoneria; mi chiamo Giovanni Confetto, sono direttore, sezione pensioni, del Ministero del Tesoro, a Roma. Reverendo, ti prego di parlare di mia moglie al Padre. Per correttezza digli pure che io non credo e che sono un massone». «D’accordo, farò e dirò così», risposi, senza perdere tempo.

Lo invitai a seguirmi, perché il Padre, terminate ormai le confessioni delle donne, sarebbe subito passato lungo il corridoio per ritirarsi in cella.

Riuscimmo a raggiungerlo, si trovava vicino alla cella numero 5, eravamo soli: il Padre, il direttore e io.

Subito mi accostai e dissi: «Padre, questo signore ha la moglie ammalata di tumore grave. Vi chiede di pregare, però mi ha detto di farvi sapere che è ateo e massone».

Padre Pio, dolcemente, rispose: «Come posso parlare con Gesù, se non crede che esiste? Prima egli deve credere a Gesù e poi io gli parlerò di sua moglie».

Il direttore aveva perfettamente capito. Salutammo il Padre e, per le scale, lungo tutto il percorso, fino a quando non ci congiungemmo alla moglie inferma, che era in attesa sul piazzale, sollecitavo quel signore a desistere dalla sua incredulità, per lo meno per salvare sua moglie.
In verità egli rimase turbato e pallido. Mi confidò: «Vorrei fare come tu mi dici, ma non ne ho la forza. Ho qualcosa dentro che non mi lascia parlare. Ci proverò un altro momento».

Salutai lui e la moglie e partii da S. Giovanni Rotondo.

Tre mesi dopo lo rividi sul piazzale, mi avvicinai e, timidamente, pensavo fosse in lutto, gli chiesi:

«E tua moglie?». «È guarita!», rispose con tanta felicità. «Allora tu… ti sei confessato?». «E sì! Quindici giorni dopo il nostro colloquio col Padre sono ritornato solo. Vedevo morire lentamente mia moglie e impazzivo al pensiero che, tornando io a credere, avrei salvato lei e me. Mi decisi e venni a confessarmi. Poi dissi al Padre: “Io ora credo, volete dire al Signore qualcosa per mia moglie che muore?”. “Sì”, rispose. Tornai a casa, mia moglie stava meglio. Andammo dal medico il quale, stupito, non finiva più di gridare al miracolo. Ed ora eccoci qua a ringraziare il Padre».

I nostri occhi, oramai, luccicavano, erano pieni di lacrime.

Vidi la moglie che, sorridente, veniva verso di noi. Nascondendo dentro di me il pianto, le dissi con gioia: «Auguri, signora!». «Grazie!» rispose, «grazie per quello che avete fatto per me».

Il Padre era stato tanto buono da guarire non solo la sposa dal tumore, ma anche lo sposo dall’incredulità.

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