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24 Oct

Lo spread della felicità: il lavoro è tutto per una persona?

 

Siamo assuefatti alla lezioncina dello spread come un indicatore negativo, il termometro della fiducia in un Paese che, all’avvicinarsi di una soglia critica, può segnare il fallimento o meno di un’economia.

Da oggi vogliamo ribaltare il significato di questo numero: “lo spread della felicità”, sarà il titolo di questo appuntamento che parlerà del grado di soddisfazione nell’attività fondamentale dell’uomo: il lavoro.

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono».

Sono quasi “profetiche” le parole che Primo Levi ne “La chiave a stella”, romanzo pubblicato nel 1978, utilizza per descrivere il lavoro, l’attività cardine della vita di ogni uomo.

Profetiche perché segnano, come hanno scritto e detto i Profeti di biblica memoria, l’avvento di un evento positivo, una liberazione, un momento di felicità.

Ecco la domanda cardine: si può essere felici lavorando? Oppure, si può lavorare felici? Può sembrare strano porre delle domande del genere in un periodo in cui l’assenza del lavoro è al centro del dibattito della vita pubblica. Eppure, basta il lavoro per rendere felice una persona?

Siamo in un’Europa che corre, come sempre, a ritmi alterni. Mentre nei Paesi del Nord si discute sulla possibilità di lavorare meno ore a settimana, lasciando spazio alla vita privata, qui in Italia, il tema è lavorare di più per guadagnare sempre meno.

Tutto questo, a scapito della felicità del lavoratore: esiste un motto, noto principalmente a chi frequenta le palestre, che sintetizza la situazione: “no pain, no gain”, ovvero il concetto del prima il dovere, il sacrificio e poi il piacere, il successo. Per decenni i nostri modus educandi, sia a casa che a lavoro, hanno seguito questa logica; per anni abbiamo lavorato e vissuto seguendo una formula tra successo e felicità che perfino la scienza ha dimostrato essere completamente sbagliata fino ad essere contraria al funzionamento del nostro “muscolo pensante”. Sotto sforzo, pressione costante, o in presenza di emozioni spiacevoli e pensieri catastrofici, infatti, il nostro cervello si “chiude” preparandosi alla reazione primordiale e fisiologica di attacco o fuga, caratterizzata dalla produzione di sostanze come l’adrenalina o il cortisolo (il famoso ormone dello stress) che, se messe continuamente in circolo nel nostro organismo, hanno un impatto negativo sulla nostra salute e di certo non favoriscono il problem solving, l’innovazione, la collaborazione.

Parlare di felicità sul lavoro, quindi, è sicuramente provocatorio ma, oltre alle domande “retoriche”, ai problemi politici ed economici, oltre che ai modelli organizzativi aziendali, oggi sono le scienze mediche ad asserire che lavorare felicemente e rendere felice una persona attraverso il lavoro è possibile.

Occorre ora porre il lavoro stesso alla base delle scelte più innovative e “sensate” per costruire un successo duraturo e sostenibile, sebbene questa scelta comporti un cambiamento culturale non semplice né immediato ma che di certo vale la pena fare, perché torniamo a credere che lavorare possa e debba ritornare ad essere conciliante con la vita di tutti i giorni e che le aziende debbano essere luoghi dove le persone stanno bene.

La parola, ora, ai lettori: cosa deve essere il vostro lavoro per rendervi felici?

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