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07 Aug

Dalla chiesa di San Bernardino al cammino degli altari: l’eredità spirituale di Mons. Matteo Nardella

Ci sono uomini che non hanno bisogno di monumenti per essere ricordati. Vivono nella memoria di una comunità attraverso il bene compiuto, l’esempio lasciato e la fede testimoniata ogni giorno. È il caso del Servo di Dio Mons. Matteo Nardella, sacerdote sammarchese la cui figura, a cinquant’anni dalla morte, continua ad essere un punto di riferimento spirituale per migliaia di fedeli.

Nato a San Marco in Lamis il 14 luglio 1921, ultimo di undici figli di Donato Nardella e Marianna Delle Vergini, Matteo crebbe in una famiglia profondamente cristiana. Quattro giorni dopo la nascita ricevette il Battesimo nella chiesa di San Bernardino, luogo destinato a diventare il centro della sua esistenza. Qui avrebbe ricevuto anche la Prima Comunione, celebrato la sua prima Messa e, molti anni dopo, svolto il suo ministero di parroco.

Fin da bambino mostrò una sensibilità religiosa fuori dal comune. La morte del padre nel 1931 e quella della madre nel 1936 avrebbero potuto spezzare il sogno di quel ragazzo che desiderava diventare sacerdote. Accadde invece il contrario: quelle prove rafforzarono la sua vocazione.

Entrò nel Seminario di Troia nel 1932, proseguendo poi gli studi a Napoli e Benevento negli anni difficili della Seconda guerra mondiale. Nonostante le ristrettezze economiche, i problemi di salute e le difficoltà del conflitto, non smise mai di prepararsi al sacerdozio.

Il 2 settembre 1945, nella Collegiata dell’Annunziata di San Marco in Lamis, ricevette l’ordinazione sacerdotale dalle mani del vescovo Mons. Fortunato Maria Farina. Il giorno seguente celebrò la sua prima Messa nella chiesa di San Bernardino, davanti alla sua comunità.

Dopo un breve periodo come docente nel Seminario di Troia, tornò definitivamente nella sua città. Insegnò Religione nelle scuole statali e nel 1949 fu nominato vicario coadiutore della parrocchia di San Bernardino. Nel 1967, dopo la morte di don Michele Tancredi, ne divenne parroco.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un sacerdote sempre disponibile. La sua porta era aperta a chiunque avesse bisogno di una parola di conforto, di un aiuto concreto o semplicemente di essere ascoltato. Visitava quotidianamente gli ammalati, sosteneva i poveri con discrezione, seguiva gli emigranti e dedicava particolare attenzione ai bambini e ai giovani, convinto che proprio da loro dipendesse il futuro della comunità cristiana.

La sua idea di sacerdozio era semplice quanto radicale. Amava ripetere: «Il prete non deve risparmiare se stesso» e ancora «Fortunato quel prete che muore vittima delle sue fatiche». Non erano soltanto parole, ma il programma della sua vita.

Alla sua instancabile attività pastorale si devono anche importanti opere a favore della comunità. Durante il suo ministero fu realizzato il nuovo complesso parrocchiale di San Bernardino con la canonica, la scuola materna e gli spazi per il catechismo, destinati alla formazione dei ragazzi e all’accoglienza delle famiglie. L’opera, inaugurata nel 1973, rappresentò un investimento concreto nel futuro della parrocchia.

Nel 1972 la Santa Sede gli conferì il titolo di Monsignore e quello di Cappellano di Sua Santità, riconoscendo il valore del suo ministero. Eppure nulla cambiò nel suo stile di vita: rimase il sacerdote semplice, umile e vicino alla gente che tutti avevano imparato ad amare.

Il 13 febbraio 1976, a soli 54 anni, la sua vita terrena si concluse improvvisamente. La notizia della sua morte suscitò un dolore profondo in tutta San Marco in Lamis. Migliaia di persone parteciparono ai funerali, accompagnando con commozione quel sacerdote che aveva consumato la propria esistenza al servizio di Dio e del prossimo.

L’allora vescovo di Foggia, Mons. Giuseppe Lenotti, lo definì «il vero uomo di Dio», capace di incarnare il Buon Pastore con una particolare attenzione verso poveri, bambini, ammalati ed emigranti. Anche il successivo arcivescovo Mons. Giorgio Ferretti lo ha indicato come una delle figure sacerdotali più significative nella storia dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino.

Negli anni la fama della sua santità non si è affievolita. Numerosi fedeli continuano a raccogliersi in preghiera sulla sua tomba e a testimoniare grazie ricevute per sua intercessione. Già il venerabile padre Nazareno Sartori, nelle lettere indirizzate alle sorelle Nardella, scriveva con convinzione: «Don Matteo era un Santo».

Questa diffusa venerazione popolare ha portato all’avvio della causa di beatificazione. Dopo la nascita del Comitato promotore nel 2016, il 13 febbraio 2019 è stata aperta ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione, conclusasi il 13 febbraio 2023. Gli atti sono stati trasmessi al Dicastero delle Cause dei Santi che prosegue l’esame della documentazione. Nel 2025 è stato inoltre concesso il nulla osta per la ricognizione canonica e la traslazione delle spoglie mortali nella chiesa di San Bernardino, segno dell’importanza assunta dal suo percorso ecclesiale.

Oggi, a distanza di decenni, Mons. Matteo Nardella continua ad essere una delle figure più amate della storia religiosa di San Marco in Lamis. La sua testimonianza di umiltà, fede, carità e dedizione totale al prossimo rappresenta ancora un modello di vita sacerdotale e cristiana.

La speranza della comunità sammarchese è che il cammino verso gli altari possa proseguire, affinché quella santità riconosciuta da tanti fedeli nel corso degli anni trovi un giorno anche il riconoscimento ufficiale della Chiesa. Per San Marco in Lamis, don Matteo non è soltanto un ricordo: è una presenza viva nella memoria collettiva e nella fede di un popolo che continua a sentirlo vicino.

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