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29 Feb

A San Giovanni Rotondo: un presepe, nell’imponente blocco calcareo di grotta grande, per ricordare gli 800 anni del presepe di Greccio

Nasce da sangiovannirotondofree l’idea dell’istallazione delle sagome della Sacra Famiglia,nell’imponente blocco calcareo di GROTTA GRANDE, realizzate da Massimo Nardella amico storico del nostro portale, con la preziosa collaborazione dell’artista sangiovannese Maestro Salvatore Marchesani.

Grazie alla famiglia Russo(Chiappino) per il dono della paglia.

La decorazione è una installazione nel paesaggio garganico che racchiude la bellezza di questo meraviglioso territorio.

Perché nella grotta? quella povera grotta che ha avuto il privilegio di accogliere il Signore al momento della sua nascita assomiglia tanto alle nostre grotte, quelle che portiamo nel cuore o che segnano la nostra esistenza di fatica e di sofferenza. Ognuno di noi ha la sua povera grotta in cui Dio desidera nascere perché la nostra povertà, precarietà e fragilità, tutto questo ci rende amati e preziosi agli occhi di Dio; tutto questo è il luogo privilegiato della sua Incarnazione. Il Signore, lungo i secoli, non ha cambiato modo di agire, ma la sua sapienza continua a prediligere il piccolo e il povero e per questo Egli nasce in noi, oggi e ci rende tempio santo della sua Gloria, cioè del suo Amore. Il Verbo nasce in noi, nelle nostre povere grotte, per colmarci della sua tenerezza e della sua sapienza. Lo sappiamo, perché ce lo ha detto anche San Paolo: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini” (1 Cor 1,25). Sappiamo insomma che la sapienza del Padre è ben diversa da quella umana. E se, nella sua sapienza, ha scelto la povertà è perché sa che solo nella povertà può nascere l’Amore vero, quello gratuito, disinteressato, l’amore che serve, che si dona, che si consegna. E come avrebbe potuto dirci che per nostro amore si era incarnato se fosse nato nella comodità, nella sicurezza, nello splendore? Tutti ci saremmo sentiti lontani e spaventati da un Dio glorioso perché in tutti noi c’è quella povera grotta di insicurezza, precarietà, solitudine, paura. Ed ecco che proprio lì si incarna il nostro Dio, perché è il “Dio con noi”.

Ma quella povera grotta che ha visto nascere più di 2000 anni fa il Salvatore è oggi un luogo di adorazione e di comunione, un prezioso tempio in cui si celebra ogni giorno l’Incarnazione di Dio. Questo sa fare Dio se lo accogliamo con umile fiducia: trasformare ciò che di noi ci fa male, che non sappiamo accettare, sia essa povertà materiale, morale o spirituale in tempio santo della sua Presenza. Sì, perché lì dove c’è Dio tutto diventa prezioso. Lì dove nasce Dio una luce risplende, quella luce che riscalda e dà senso, quella luce che ci aiuta a guardare alla vita con uno sguardo nuovo, riconoscente, perché consapevole che non c’è povertà in cui il Verbo non possa nascere e donarci quella vita nuova che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che sempre effonde in noi mediante il suo Spirito.

In questo Natale teniamo fisso lo sguardo alla povera grotta e alla stella dorata che si trova nella basilica della Natività a Betlemme. Quando Maria e Giuseppe trovarono riparo in quella squallida grotta non immaginavano quello che sarebbe diventata grazie alla presenza di quel Figlio divino. Abbiamo la possibilità di aprire le nostre grotte, quelle che non vorremmo avere, alla nascita di Dio; abbiamo la possibilità di “adempiere quel desiderio tanto desiderato del nostro fedelissimo Redentore di unirsi alle anime nostre, ad eterna sua gloria” (M. Graziosa Z.) perché splenda in noi quella stessa stella dorata di Betlemme e le nostre povere grotte vengano rese, dalla presenza del Signore, luoghi di ineffabile incontro con Lui, l’Altissimo, che ama chinarsi sulla nostra piccolezza per farci risplendere di Lui.

Sia questo un Santo Natale in cui l’accoglienza dell’Emmanuele ci trasforma in stelle preziose.

sr. Maria Elisabetta e sorelle clarisse

Il presepe di Greccio compie 800 anni – Un presepe nell’imponente blocco calcareo di GROTTA GRANDE per ricordare questo evento.

In una notte del 1223, a Greccio, san Francesco realizzò la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Il santo di Assisi era tornato tre anni prima dalla Palestina e, da allora, coltivava il sogno di rievocare la scena della Natività in un luogo remoto, Greccio, che gli ricordava Betlemme.

Tommaso da Celano, cronista della vita di san Francesco racconta l’episodio dell’«invenzione» del presepio nella Legenda secunda: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme». Nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano presenti una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia e i due animali ricordati dalla tradizione dei Vangeli apocrifi.

Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda major ci offre qualche altro particolare: «I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia. Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli […] chiama “il bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno» (Bonaventura, Legenda maior, XX).

La sacra rappresentazione di Greccio, nata dal desiderio di san Francesco di rivivere (fino a toccare con mano) il mistero della nascita di Gesù a Betlemme, avrà una risonanza tale da diventare una tradizione capace di diffondersi in ogni angolo d’Italia prima, e del mondo cristiano poi. Da allora, da quella notte del 1223, il presepio (termine che deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia) è diventato uno dei modi che la fede popolare utilizza per celebrare il Natale. Dando vita anche a vere e proprie forme d’arte, come il presepio napoletano.

Inutile dire che, in ogni sua forma (una semplice capanna oppure una rappresentazione vivente), il presepio è caro soprattutto ai piccoli. I pastori, le pecorelle, gli angeli, il bue e l’asinello, Maria e Giuseppe, il Bambino nella mangiatoia: tutti abbiamo sostato rapiti davanti ad una capanna. Molti di noi, da piccini, hanno imparato a pregare davanti al mistero di un Bambino adagiato sopra la paglia.

La poesia e la magia del Natale hanno ispirato schiere di scrittori e artisti di ogni epoca.

«Il presepio – ci rammenta Papa Francesco – ci dice inoltre che Egli non si impone mai con la forza. Ricordate bene questo, voi bambini e ragazzi: il Signore non si impone mai con la forza. Per salvarci, non ha cambiato la storia compiendo un miracolo grandioso. È invece venuto con tutta semplicità, umiltà, mitezza. Dio non ama le imponenti rivoluzioni dei potenti della storia, e non utilizza la bacchetta magica per cambiare le situazioni. Si fa invece piccolo, si fa bambino, per attirarci con amore, per toccare i nostri cuori con la sua bontà umile; per scuotere, con la sua povertà, quanti si affannano ad accumulare i falsi tesori di questo mondo».

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