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23 Feb

La violenza domestica in quarantena

La violenza domestica (che sia fisica, psicologica o economica) è un fenomeno purtroppo sempre esistito ma che si cerca ogni giorno di combattere. Le mura domestiche possono diventare un vero e proprio incubo per la vittima, che si trova a vivere la casa come una prigione. E quindi, cosa può succedere a questo proposito nella situazione di quarantena che stiamo vivendo, in cui la permanenza nella propria abitazione, e quindi con le persone al proprio interno, è resa obbligatoria e con ben poche possibilità di fuga o denuncia?
Innanzitutto, diamo una breve definizione della violenza domestica e delle sue forme: essa è una limitazione della libertà della vittima, in cui carnefice e vittima sono in una posizione asimmetrica (up/down), e il rapporto è basato sulla concezione perversa di amore come controllo e possesso dell’altra persona. La violenza può essere fisica, psicologica o economica, basata cioè sul controllo economico e sulla diffidenza nei confronti dell’altra persona. E’ questo un problema molto presente nelle famiglie italiane e non da moltissimi anni, che può sfociare nel femminicidio, ovvero nell’omicidio, volontario o colposo, della donna, che nella maggior parte dei casi è la vittima.
Vivendo questa fase di quarantena, la violenza domestica può manifestarsi in una duplice modalità. Innanzitutto, le situazioni di violenza preesistenti possono essere amplificate: carnefice e vittima si trovano forzatamente a passare molto tempo nello stesso ambiente, e non solo i conflitti preesistenti vengono esasperati, ma la vittima non ha più nemmeno possibilità di fuga o di denuncia, e così la casa si trasforma in una vera e propria prigione. D’altra parte, anche la convivenza forzata può esacerbare atti di violenza, in coppie con conflitti preesistenti: infatti, la vicinanza forzata e lo stress generato da questa pandemia possono portare all’emergere della violenza e della conflittualità. In entrambi i casi, il problema è stato finora poco considerato.
La “miccia” può essere costituita da una convivenza forzata, limitazione degli spazi fisici e psicologici, mancanza di regole in famiglie già disfunzionali. E’ inoltre presente una disabitudine a stare insieme per molto tempo, a causa del lavoro e degli impegni quotidiani a cui ormai siamo abituati, perciò l’essere “costretti” a passare molto tempo insieme può essere fonte di conflitti. Per questi motivi, è essenziale ritrovare il dialogo, che consente di sviluppare orizzonti, speranze, progetti, tolleranza alle frustrazioni.
Distacchiamoci perciò dall’idea che è bello restare a casa: ci si resta per necessità, in questo periodo, ma in questo caso è appunto un’imposizione, non una scelta, e in quanto tale può essere mal tollerata e creare naturalmente disagi, dato che viene a mancare la quotidianità e ciò che costituisce la vita di una persona. Inoltre, essere “costretti” a passare tanto tempo in casa con alcune persone, benchè familiari, possono portarci ad un calo di tolleranza verso le stesse,

favorendo così l’insorgere di conflitti. Precisiamo che è indispensabile in questo periodo di pandemia rimanere a casa, ma ricordiamoci che a livello psicologico questa è vissuta appunto come un’imposizione, non come una scelta, e la mancanza della scelta per una persona costituisce una limitazione della libertà della persona stessa. E’ insomma una condizione che “ci dobbiamo far piacere”. Il rimanere a casa funge da acceleratore per la nascita di conflitti, magari fino ad ora rimasti silenti, o esaspera quelli già esistenti.
Cosa fare quindi in caso di violenza domestica? I centri antiviolenza sono sempre operativi e pronti ad accogliere segnalazioni e richieste di aiuto. Il numero 1522 è attivo 24 ore su 24 e la chiamata è gratuita, con possibilità anche di chattare con le operatrici. Esiste inoltre su Internet una lista dei centri presenti sul territorio, divisi per regione o per città. L’invito è perciò quello di non subire silenziosamente atti di violenza, ma di segnalare e chiedere aiuto. Anche alle vittime di questa condizione, è il caso di dire che “Andrà tutto bene”.

Dott. Basilio Fiorentino, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico Dott.ssa Maria Pia Mattiello, psicologa e psicosessuologa in formazione

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