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05 Dec

“I testimoni muti”: una ricostruzione storica del dramma delle Foibe

redazione
10 Febbraio 2018
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Oggi è una giornata della memoria: dopo quella del 27 gennaio, il Giorno della memoria più conosciuto e quasi “commerciale”, il 10 febbraio si è stabilito, con una legge dello Stato, che sia il Giorno del ricordo. La dicitura è lievemente diversa, ma la sostanza non muta. È un ricordo soprattutto italiano, di un paese che è uscito più ferito dagli anni seguiti all’armistizio, che non da quelli belligeranti.

Per diverse ragioni, la strage delle Foibe era stata dimenticata fino a quando, dinanzi all’evidenza dei fatti, il dramma si è rivelato in tutta la sua crudeltà.

Per capire meglio quale sia stato il dramma consumatosi in quell’aspro territorio in cui sono state precipitate centinaia di persone consigliamo una delle ultime ricostruzioni storiche: “I testimoni muti”, di Diego Zandel (Mursia, 2011).

Diego Zandel – bambino che diventa narratore – è fiumano; o meglio, i suoi genitori erano fiumani. Nacque nel 1948 nelle vicinanze di Servigliano, un campo profughi, nelle Marche, come tanti ne nacquero in quei tristi anni post-bellici, quando non si sapeva che farsene di tutti quegli italiani che, dopo la firma del trattato di Parigi da Fiume, dall’Istria, dalla Dalmazia, in fuga da Tito e dalla violenza dei suoi partigiani, si riversarono in un’Italia che, per anni, avevano chiamato ‘patria’ ma per la quale, alla prova dei fatti, erano più un peso che una risorsa.

Non è un caso che “I testimoni muti” sia edificato tramite l’intrecciarsi ordinato di racconti vari, all’apparenza inconciliabili, insanabili: parlano un po’ tutti, tutti espongono la propria verità, in una sorta di competizione per il raggiungimento di quella che è la sola verità. Quel che conta, però, è che tutti siano testimoni; muti, perché per troppo tempo le loro storie son rimaste soffocate cadaveri crudelmente sfigurati, nelle  gole secche, sature della terra delle foibe.

Più in generale, vale per Zandel quanto scritto da Elvio Guagnini, professore emerito di letteratura all’Università di Trieste, in merito ad uno sei suoi romanzi, L’uomo di Kos:”Zandel sa coniugare gli “slarghi” delle descrizioni e dell’analisi con il ritmo sempre sostenuto di un racconto ricco di momenti di sospensione e di colpi di scena. Usa con intelligenza i trucchi del genere (dei generi) ai quali fa riferimento. Usa con altrettanta intelligenza anche la seduzione del paesaggio e dell’ambiente, per tenere avvinto il lettore. E, accanto a tratti “di consumo” usati con intelligenza (ma sappiamo che non tutta la letteratura detta di consumo è necessariamente “di consumo”), sa intrecciare una storia d’azione a un romanzo di analisi. Non è poco.” Un’analisi che vale un po’ per tutti i suoi romanzi, in cui il gusto del mistero, della memoria e dell’avventura s’intrecciano incisivamente agli eventi della piccola e della grande storia.

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