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22 Jan

Sant’Egidio di Pantano ovvero la storia ridotta a rudere

redazione
21 Febbraio 2018
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Tratto dalla rete civica del comune di San Giovanni Rotondo

La chiesa di Sant’Egidio di Pantano, di cui oggi sono visibili i ruderi, sorge a circa 3 Km a Est di San Giovanni Rotondo, situata ai piedi del Monte Calvo su di un terrazzo naturale sovrastante una vasta distesa, orientata in senso est-ovest, che ospitava un lago di natura alluvionale oggi bonificato, detto Pantano, che dà tuttora la denominazione alla zona.

L’esistenza della chiesa di Sant’Egidio è attestata la prima volta nel 1086, in un atto di donazione del conte normanno Enrico, signore di Monte Sant’Angelo, della chiesa stessa e di altre terre circostanti, comprendenti anche il lago, all’abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. All’atto della donazione, i monaci cavensi entrarono in possesso non solo della chiesa, già diroccata o ancora in costruzione, ma anche di numerose terre e del diritto di pesca nel pantano.

La chiesa originariamente era con molta probabilità costituita da un piccolo nucleo che, grazie all’operosità dei monaci, venne ampliato e arricchito di tutte le suppellettili necessarie all’officiatura e alle celebrazioni.

L’abilità dei priori cavensi che si succedettero alla guida della piccola comunità monastica favorì sia l’incremento della patrimonio fondiario, acquistando terreni situati in ogni parte del Gargano, sia l’assistenza e l’ospitalità ai pellegrini e ai viandanti che, percorrendo la ‘Via Francesca’, si recavano nella città di Monte Sant’Angelo in visita al santuario micaelico.

In un documento del luglio del 1113 infatti si fa menzione di un ‘hospitalis Sancti Benedicti’, una struttura di accoglienza che con molta probabilità non esisteva prima dell’arrivo dei monaci cavensi.

Nel corso del XII secolo si costituì nei pressi di questa comunità di monaci un villaggio (detto anche casale) di coloni, su cui l’abate cavense esercitava la sua giurisdizione attraverso un baiulo. La mutata situazione economico-sociale che caratterizzò tutta la regione nel corso del XIII secolo segnò il declino e la repentina scomparsa del villaggio e il trasferimento degli abitanti in località chiuse, infatti nel 1270 il ‘casale di Sant’Egidio’ risulta abbandonato.

La documentazione per ora a nostra disposizione non ci permette di sapere se la presenza monastica sia stata continua o saltuaria nei secoli successivi, certo è che nel corso del Trecento alcuni monaci sono ancora presenti a Sant’Egidio conducendovi una vita quasi eremitica nei locali annessi alla chiesa stessa.

Tuttavia i documenti relativi ai secoli XVII e XVIII fa ritenere che la custodia della chiesa fosse affidata ad un oblato cavense, mentre all’officiatura provvedeva un sacerdote di San Giovanni Rotondo: nel 1613 infatti si celebrava la messa ogni sabato; la chiesa fu frequentata fino all’Ottocento anche dopo la soppressione del 1807, in seguito alla quale i cavensi persero la dipendenza di Sant’Egidio e il territorio fu unito al demanio circostante.

Nei documenti in possesso dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni si riscontra un unico riferimento, per quanto riguarda le suppellettili, ad un quadro della Madonna posto sull’altare maggiore della chiesa; nessun riferimento si ha circa la sua costruzione o la sua struttura interna.

A tal proposito risulta utile la documentazione, costituita dalle Visite Pastorali effettuate periodicamente dai vescovi della diocesi di Manfredonia, relativa ai secoli XVII e XVIII.

In esse sono contenute delle descrizioni abbastanza precise circa le condizioni della chiesa, degli altari, e delle suppellettili. Attualmente all’interno della chiesa non sono visibili altari.

Non mancano anche cenni di devozione popolare nell’attestazione nel 1676 di una processione ‘che si fa dalla chiesa matrice a questa chiesa di Sant’Egidio nella terza festa di Pasqua’.

Il portale di ingresso a tutto sesto in pietra calcarea tenera si presenta molto degradato dall’erosione degli agenti atmosferici e a stento si riesce a “decifrarne” la decorazione. Il portale è sormontato all’esterno da una cornice che presenta evidenti segni di spoliazione; essa poteva racchiudere un’epigrafe, magari insieme ad una scultura a basso rilievo. Sopra il portale vi è un semplice rosone circolare in pietra calcarea di cui si è conservata solo la parte inferiore. In prossimità dell’abside, la parete nord è più spessa e rinforzata all’esterno da ben tre contrafforti. L’abside (ad est) è caratterizzata da una semplice monofora romanica alta poco più di un metro e larga circa 40 cm. La parete risulta crollata nel tratto delle ultime due campate (cioè prossime all’abside), nel luogo ove era presente una porta secondaria. Addossati alla parete sud (in corrispondenza delle prime campate) vi sono due contrafforti. La parete risulta crollata anche nei pressi dello spigolo di facciata. Le pareti interne, un tempo affrescate, si presentano ormai prive persino dell’intonaco, lasciando scoperta la muratura, composta in pietra calcarea più o meno tenera. Sono squadrate le pietre utilizzate per gli archi, per gli spigoli dei muri e anche quelle utilizzate per le paraste che un tempo sostenevano le arcate della copertura. Le rimanenti parti della muratura sono composte da pietrame erratico.

Attualmente all’interno della chiesa non sono visibili altari, ma è certo che un tempo ce ne fossero; infatti nel XVII e nel XVIII secolo ne ritroviamo la descrizione di alcuni nelle visite dei vescovi.

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