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20 Mar

Il Carnevale a San Giovanni Rotondo: le maschere tradizionali

Siamo, anche se non sembra, nel pieno del Carnevale. Quest’anno, complice il calendario, i giorni clou di questa festa saranno a marzo ma nell’attesa ne parleremo diffusamente.  A San Giovanni Rotondo, il Carnevale era motivo di festa e aggregazione collettiva. Oggi, complice una mancata istituzionalizzazione della festa e la perdita della memoria memoria storica, il tutto si è quasi praticamente annullato. Fino a pochi anni fa, interi quartieri, comitive di amici o singole persone contribuivano nella realizzazione di abiti, addobbi e coreografie che avrebbero allietato la piazza durante i giorni finali della festa.

I gruppi andavano nelle case di amici e parenti e cantavano questa canzoncina: “Se nen ce dà lu vine, ce ne jame crà ‘mmatina” (se non ci dai il vino ce ne andiamo domani mattina), e quando il padrone rifiutava di ospitarli, così rispondeva: “De vine nen ce ne stà, jate vinne pure pescrà!”, e si continuava così fino a notte fonda.

Tutti i gruppi erano seguiti da musicisti e preceduti da una maschera, “lu Carlucce”.

Alla mezzanotte del terzo giorno, si celebrava il funerale di Carnevale. Un pupazzo posto in una bara. Grandi e piccini assistevano al passaggio del corteo funebre. Pianti e lamenti, specialmente della moglie di Carnevale, accompagnavano il defunto. La bara era trainata da un carretto o portata a spalla dai necrofori. Infine il feretro, giunto in Piazza Europa, veniva bruciato e la gente mestamente faceva ritorno a casa. Il giorno dopo sarebbe cominciata la Quaresima.

Tra le maschere tradizionali:

LU CARLUCCE
Era la maschera che apriva la sfilata. Indossava una veste di pelle di capra o di agnello, un cappello bianco a forma di cono allungato, alla cui punta vi erano dei campanellini (“Carlucce”, da questo deriva il nome della maschera) e una cintura dalla quale pendevano delle campanelle. Saltava e ballava al ritmo de “lu buchete-e-bù”, de “lu scisciulu”, de “lu murtale” e della fisarmonica.

LA MONTANARA
Questa maschera indossava una gonna a pieghe o increspata in vita, di un tessuto a fiori, lunga fino alla caviglia. Un gilet di velluto scuro, adornato con nastri colorati o con passamanerie dorate, era portato su una camicia bianca a maniche lunghe legate da un nastro rosso. Un fazzoletto in testa e uno sulle spalle, di seta o di lana a fiori, il grembiule di stoffa scura a fiorellini, le calze scure e le “pianelle” di velluto nero completavano l’abbigliamento. Anche la Montanara portava i capelli intrecciati a toupet e aveva lunghi orecchini pendenti d’oro.

LA PACCHIANELLA
Portava una gonna rossa a pieghe, lunga fino alla caviglia o a metà gamba, e su ogni piega vi era un nastro variamente colorato. Un gilet attillato, anch’esso abbellito con tanti fili variopinti, veniva indossato su una camicia bianca a maniche lunghe legate a metà braccio da fiocchi rossi oppure da manicotti. La camicia era adornata con pizzi e merletti, mentre sulle spalle e in testa portava un fazzoletto di tulle bianco. Le calze erano rosse e di lana. Le “pianelle” di velluto rosso con la punta e il tacco di pelle nera. I capelli erano intrecciati e tirati su a toupet. Molti monili d’oro coprivano il petto. Gli orecchini erano pendenti e sempre d’oro.

LU SCEKAVONE
Era un giovane che sfilava a cavallo. Il cavallo era coperto da un drappo o da una coperta di seta colorata. La coda e la criniera erano intrecciate con nastri colorati. Il cavaliere indossava un vestito di raso lucente e un largo mantello, anch’esso di raso. Portava una borsetta elegante contenente o confetti o coriandoli o petali di fiori che distribuiva durante la sfilata alle belle ragazze. Indossava guanti bianchi.

LU PASTORE
Indossava un giubbone di pelliccia di montone, in testa un cappello di pelle o di lana a tre punte, pantaloni di velluto, calze di lana di pecora marroni o grigie e scarpe a punta di pelle di maiale cucite con delle strisce di pelle oppure con spago. Suonava “lu Buchete-e-bù”.

LU VECCHIE
Indossava una camicia senza collo bianca o colorata a quadrettini, un gilet, una giacca, pantaloni di velluto marrone lunghi fin sotto il ginocchio, un cappello di feltro nero o un copricapo a triangolo di lana con bon-bon, calze di lana anch’esse con bon bon, uno scialle di lana a fiori sulle spalle e un fiaschetto legato ad una cintura, anch’essa di lana.

LI BANNARINNULE
Gruppo di ragazzi di ambo i sessi mascherati da ballerini, che saltavano e ballavano per tutta la durata della sfilata. I balli in voga erano “la tarantella” e la “quadriglia”.

LU ZITE E LA ZITA
Indossavano abiti usati per un vero matrimonio: lu Zite, un abito nero, la camicia bianca, la cravatta grigia, i guanti bianchi, le scarpe nere ed a volte un cappello nero. La Zita, un abito bianco lungo fino alle caviglie, in testa un’acconciatura impreziosita da perline o piume bianche dalla quale scendeva lo strascico di tulle bianco (la cherlanda) retto da damigelle, anch’esse vestite di bianco (li vergenalle), i guanti bianchi di pizzo, le scarpe bianche, la corsettina bianca elegantissima piena di confetti di fiori e tulle bianchi. Gli sposi erano accompagnati da un corteo di parenti ed amici, anch’essi elegantemente vestiti, che durante la sfilata distribuivano confetti e coriandoli ai passanti.

Notizie tratte dallo Sperone Nuovo, il Pirgiano.

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