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10 Dec

Il grande sonno della Foresta Umbra

 

Dal 2017, alcune faggete vetuste dei parchi italiani sono state inserite nella lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità UNESCO. Su questo tema anche il servizio di copertina di National Geographic Magazine di novembre.
L’Italia, come ha messo in rilievo un recente forum di Legambiente, è entrata così con ben 5 Parchi nazionali, in una rete transnazionale di faggete vetuste collocate in 12 paesi Europei. Le faggete italiane riconosciute dall’UNESCO rappresentano un’importante porzione della rete ecologica nazionale, la cui capacità è stata quella di insediarsi, a partire dall’era post-glaciale, in diverse condizioni ambientali, con alberi selezionati, Fagus sylvatica, per la loro unicità biologica e in grado di raccontarci le vicissitudini del clima e della storia umana degli ultimi secoli.

La faggeta della Foresta Umbra si estende sul promontorio del Gargano per circa 3200 ettari, dei quali 182 sono stati riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità – insieme a un’altra cinquantina di faggete sparse in 12 nazioni europee.

Le faggete, infatti, sono ambienti di grande interesse sia per la loro ricchezza in biodiversità, sia per costituire un raro esempio di ricolonizzazione di un intero ecosistema terrestre dopo l’ultima era glaciale. La glaciazione aveva confinato le faggete in piccoli rifugi nel Sud-est dell’Europa ma adesso, con il caldo che avanza, questi ecosistemi, uomo permettendo,  stanno ricolonizzando il continente, espandendosi verso nord e verso ovest.

Non tutti i climi però vanno bene per i faggi, che richiedono il giusto compromesso di calore e umidità. Fu il botanico Alberto Hofmann a coniare, nel 1961, l’espressione di “faggeta depressa” per indicare la foresta Umbra. Depressa per via del suo insolito, basso livello altitudinale, soli 800 metri, rispetto alle faggete appenniniche, che di solito occupano una quota tra i 1400 e i 1800 m di altezza.

Questo è possibile grazie al clima di tipo oceanico, freddo e umido, del Gargano, a causa della sua posizione geografica esposta nell’Adriatico. Una fortuna, perché il basamento calcareo su cui sorge la foresta impedisce che ci sia acqua in superficie, con l’eccezione di pochi, piccoli invasi semi-artificiali chiamati ‘cutini’.

La quota bassa a cui si trova la Foresta Umbra permette la penetrazione di molte specie vegetali meno frequenti nelle faggete di alta quota appenniniche, come tigli, aceri, carpini, o anche molte specie di felci, il sambuco, l’agrifoglio, l’aglio ursino e moltissime specie di orchidee.

In estate il tappeto di foglie secche tipiche della faggeta è costellato ovunque di ciclamini e altri fiori, ma in autunno restano al suolo solo le foglie, i muschi, i licheni e i funghi, in una grande varietà di specie e colori. Con l’avanzare della stagione la faggeta si trasforma. Il contrasto del verde delle foglie col grigio argenteo dei tronchi si attenua, poiché la foresta si prepara al lungo sonno invernale. Il tripudio di colori autunnali è in realtà la celebrazione della morte periodica delle foglie: la clorofilla non viene più prodotta, la fotosintesi viene sospesa, e il verde gradatamente scompare, lasciando trapelare gli altri pigmenti, mascherati sino ad allora. Il giallo delle foglie dei faggi autunnali è dovuto a una varietà di pigmenti, prevalentemente luteina, xantofille e β-carotene, che in estate coaudiuvano la fotosintesi.

Nella Foresta Umbra, oltre ai faggi secolari alti oltre 40 m, è presente anche un’altra specie vegetale sopravvissuta all’ultima glaciazione grazie a rifugi in luoghi idonei nel sud dell’Europa: il tasso.

Questi alberi hanno ricolonizzato tutta l’Europa ma il grande sfruttamento del loro legno da parte dell’uomo e la scarsa abilità competitiva della specie la rende poco frequente e relativamente rara. In altri tipi di foreste altri alberi più competitivi rimpiazzano i tassi sotto l’ombra degli alberi più alti. Ma nella Foresta Umbra i tassi riescono a crescere e sopravvivere bene, specie ora che non vi è alcun intervento di taglio. Alcuni degli esemplari rimasti sono secolari, uno addirittura millenario. In inverno, quando i faggi hanno perso o stanno perdendo le foglie, rimane solo il loro verde scuro a dominare i colori del bosco.

Per scorrere la fotogalleria commentata

http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2018/11/22/foto/puglia_gargano_foresta_umbra_faggete_unesco-4181608/1/#media

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