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18 Nov

Trasformare cellule della pelle in neuroni: è questo il risultato di una ricerca condotta dall’istituto di ricerca Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo

La ricerca italiana è stata pubblicata sulla rivista scientifica Cell Death and Disease. Un approccio per combattere il rigetto post-trapianto. Ma ci vorranno un paio di anni per far partire le sperimentazioni

 

TRASFORMARE cellule della pelle in neuroni: è questo il risultato di una ricerca condotta dall’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e dall’Associazione Revert Onlus, con la collaborazione della Fondazione Cellule Staminali di Terni e dell’Università di Milano Bicocca e pubblicata sulla rivista Cell Death and Disease.

Una scoperta che contribuisce all’avanzamento nella lotta contro le malattie neurologiche: tale approccio soppianta, infatti, l’uso di cellule nervose di origine fetale e risolve il problema del rigetto post-trapianto. “I risultati ottenuti hanno dimostrato che è possibile produrre, direttamente dalla pelle del paziente, cellule staminali cerebrali uguali alle staminali cerebrali fetali di grado clinico”, afferma il professor Angelo Luigi Vescovi, a capo dello studio insieme alla professoressa Jessica Rosati.

• DALLE CELLULE DELLA PELLE AI NEURONI
Come funziona il processo? Con una microbiopsia della cute, si estraggono cellule della pelle che vengono riprogrammate e riportate allo stato embrionale, cioè “quello stadio in cui la cellula ha la capacità di produrre tutti i 254 tipi di cellule del nostro corpo”, spiega Vescovi. Quelle che si ottengono sono cellule staminali pluripotenti indotte (IpsC) e il metodo è analogo a quello messo a punto da John Bertrand Gurdon e Shinya Yamanaka. I due nel 2012 vinsero, infatti, il Nobel per la Medicina per la scoperta che le cellule mature possono essere riprogrammate per diventare pluripotenti.

“Si tratta di un procedimento – sottolinea Vescovi – che non utilizza nessun materiale esterno alla cellula, quindi non altera il materiale genetico cellulare. Queste cellule pluripotenti possono riprodursi in modo illimitato ed è possibile estrarre una componente che risulta identica alle cellule staminali del cervello”. In questo modo le cellule vengono programmate per produrre solo cellule del cervello. La tecnologia che permette di ottenerle ha i requisiti per essere trasferita a livello clinico, ma, spiega Vescovi: “bisogna certificare l’intero processo presso l’Aifa e l’Ema per far partire le sperimentazioni. Speriamo che queste cellule siano disponibili per la terapia entro un paio di anni, massimo due”.

Le potenzialità di sviluppo terapeutico di queste nuove cellule sono notevoli: “ogni individuo potrà avere una sua banca di cellule”, afferma Vescovi che spiega: “per esempio, all’età di 20 anni si potrebbe effettuare un prelievo della pelle. Poi, sottoporre le cellule ai vari processi per renderle pluripotenti indotte e, da qui, programmarle per produrre solamente cellule staminali cerebrali. In questo modo, nel caso in cui quella persona dopo anni avesse bisogno di una terapia rigenerativa per una qualche malattia neurologica, avrebbe a disposizione le sue cellule che sono sicuramente più giovani di quanto non lo fossero se prelevate al momento”. Le cellule, infatti, possono essere congelate per decenni e restano sempre a disposizione del donatore: “si è visto che dopo 20 anni funzionano ancora benissimo, forse si potrebbero superare anche i 50”, dice Vescovi.

 RIGETTO POST-TRAPIANTO
Il grande vantaggio è che questo procedimento riduce drasticamente, fino quasi ad annullare, il rischio di rigetto post-trapianto. “Siccome le cellule vengono trapiantate nel paziente da cui sono inizialmente prelevate come cute, si tratta di un trapianto autologo vero e proprio, cioè un autotrapianto, che evita l’uso di farmaci immunosoppressivi poiché il rischio di rigetto è, di fatto, nullo”, spiega Vescovi.

Poter trasformare le cellule della pelle in neuroni risolve anche il problema di avere a disposizione una fonte facilmente accessibile di cellule staminali nervose. “Il metodo è identico alla produzione di cellule staminali cerebrali del feto”, sottolinea il professore. Per ora, infatti, queste cellule vengono prelevate dai feti abortiti spontaneamente: “Quando un feto è deceduto per cause naturali, possiamo estrarre dal tessuto cerebrale del feto le sue staminali e inserirle poi nel paziente. In questo caso, però, il problema principale è che non c’è sempre compatibilità, quindi si può avere il rigetto post-trapianto”.

Finora l’applicazione della terapia cellulare in ambito neurodegenerativo e neurologico è stata seriamente limitata da almeno tre fattori principali: la scarsa disponibilità di cellule; la scarsa riproducibilità dei metodi impiegati per produrle e il rigetto per via della natura allogenica (da donatore esterno) delle cellule fetali cerebrali. “Con questa tecnica, invece, è possibile avere a disposizione un numero illimitato di cellule cerebrali autologhe umane con una riproducibilità di produzione e di effetto terapeutico inimmaginabili sino a poco tempo fa”, commenta Vescovi.

• LE SPERIMENTAZIONI
Poter disporre di cellule nervose ottenute dello stesso paziente promette, dunque, di ridurre il rischio di rigetto nelle terapie contro la sclerosi laterale amiotrofica e la sclerosi multipla, sulle quali il gruppo di Vescovi sta conducendo da tempo delle sperimentazioni.

L’Associazione Revert Onlus è, infatti, l’unica no profit italiana a sostenere la ricerca e la sperimentazione sulle cellule staminali cerebrali e punto di riferimento italiano per lo sviluppo di terapie innovative per le malattie genetiche e quelle neurodegenerative. “Per quanto riguarda la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), la sperimentazione clinica di Fase I per il trapianto di staminali cerebrali umane è stata condotta su 18 pazienti. È iniziata nel giugno 2012 e si è conclusa 3 anni dopo, nel 2015. Il trial clinico – spiega Vescovi – non ha rilevato eventi avversi e proprio pochi giorni fa è stata avviata la preparazione di un protocollo sperimentale di Fase II, che prevede il coinvolgimento tra i 60 e gli 80 pazienti”.

 

Articolo di MARIA TERESA BRADASCIO

Fonte repubblica.it

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