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24 Oct

La strage silenziosa…

di Leonardo Fania

Sentiamo parlare, a ragion veduta, di “strage silenziosa” in ambiti bellici, umanitari e sociali. Pensavo a questa espressione mentre osservavo alcuni edifici della nostra città e, per questo, vorrei provare ad applicare questa definizione alla situazione mai affrontata delle piccolissime attività commerciali che riempiono/riempivano la piccolissima porzione d’Italia che è San Giovanni Rotondo.

Si sa, i dati vedono le micro imprese alla base del tessuto socio-economico del Paese, purtroppo sterminate dalla crisi economica più lunga e devastante dal Dopoguerra. Questo dato, oltre ai numeri, si può materialmente osservare nell’impietoso segnale che certifica la fine di un’attività: il cartello affittasi/vendesi, quasi una sentenza che certifica il “non avercela fatta”.

Nella nostra città si possono incontrare dappertutto: edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie. Nessuna categoria sembra essere esente dalla “strage silenziosa”. Lo è tale perché all’esterno sono pochi i segnali premonitori di una fine: scarsa affluenza, poca scelta, prezzi poco concorrenziali. E, da un giorno all’altro, quella saracinesca che si chiude e che lascia spazio alla sentenza, all’affittasi/vendesi.

“I piccoli negozi continuano a chiudere per un insieme di concause – racconta Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, a Today.it -. La prima è legata al deciso calo del potere d’acquisto e dei consumi. La crisi, insomma, non è affatto finita. C’è poi una precisa responsabilità politica: aver liberalizzato gli orari di apertura anche domenicale in maniera indiscriminata ha senza dubbio favorito la grande distribuzione. Il commercio online ha dato il colpo di grazia, facendo soffrire le imprese più piccole”“

A queste cause, si potrebbe aggiungere la desolante desertificazione a cui il Meridione e San Giovanni Rotondo, nel nostro caso specifico, stanno assistendo: una generazione intera, i “millenials” abbandona la nostra città in cerca di migliori opportunità di vita e di studio, contribuendo a svuotare il bacino di utenza delle attività commerciali.  Una generazione “perduta” che, a malincuore, come da tanti dichiarato, non abiterà la San Giovanni del futuro che è già difficile da progettare, figuriamoci da immaginare.

La parola “crisi”- poverina, oggi usata per descrivere i mali italiani – ha, tuttavia, un’etimologia sorprendente: dal greco krisis, sta a significare un momento che separa una maniera di essere da un’altra differente.

La crisi, sia essa economica, affettiva o sociale, – prima o poi – è una delle esperienze che non può e non deve mancare nella nostra vita. Ne abbiamo paura, dimenticandoci che è grazie alla crisi che possiamo avere l’opportunità di diventare migliori. La crisi ci apre gli occhi su una situazione che è diventata vecchia o che si è irrigidita o ancora che nasconde delle insidie di cui non ci rendiamo conto. E’ grazie alla crisi che possiamo dare una svolta, a volte molto importante, alla vita stessa. Discorso duro da digerire, ma, se ci pensiamo, profondamente veritiero.

In questo momento difficile occorre avere il coraggio della “krisis”, a livello politico, culturale e sociale. Partiamo da qui: pensiamo ad una città che passa da una “crisi” a una “krisis”: cominceremmo a vedere meno affittasi/vendesi in giro!

 

 

 

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