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16 Nov

Mons. Castoro: un vescovo del popolo e per il popolo

di Michele Illiceto

Il nostro vescovo Mons. Michele Castoro, dopo un anno di malattia testimoniata con fede e con speranza, ci ha lasciati per fare ritorno alla casa del Padre.

In queste ore sono tanti i ricordi che si possono avere di questo pastore mite e buono, evangelicamente proiettato nelle relazioni umane tese alla cura e alla comprensione.

Io, che ho avuto il privilegio di essere uno dei suoi collaboratori, preferisco ricordarlo ripercorrendo brevemente alcune tappe del suo magistero, che è stato ricco di spunti e pieno di provocanti proposte per cambiare il nostro modo di essere cristiani nella società postmoderna.

Uno dei temi centrali del suo magistero è stato quello del ruolo dei laici da rivalutare e scoprire non tanto come funzione o prestazione, ma come vocazione e dedizione. Infatti già nella sua prima Lettera pastorale consegnata alla diocesi del novembre 2010, dal titolo “Andate anche voi a Lavorare nella mia vigna” (Mt 20, 7), il nostro presule affermava che i laici sono chiamati a seguire il vangelo sia nella chiesa che nella società civile sforzandosi di vivere tre forme di appartenenza: 1. L’appartenenza  a Cristo tramite la riscoperta della vocazione battesimale;  2. L’appartenenza alla Chiesa in quanto membra di questo grande corpo e pietre vive impiegate in questo edificio spirituale, ma anche inviati come missionari e operai in questa vigna per portare frutti di giustizia e di pace; 3. L’appartenenza al mondo, animando le realtà secolari, come la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro, il mondo dei giovani, la cultura, la società civile e la politica. E fare tutto questo con spirito di servizio e con profezia, con gratuità, con responsabilità e corresponsabilità.

Nel settembre 2011 consegnava le sue prime Linee pastorali per l’anno 2011/2012, dal titolo emblematico “Sacerdoti dell’uomo, sacerdoti della strada”. In profonda sintonia con il Concilio Vat. II, in questo importante documento il vescovo di Manfredonia sosteneva che i laici devono vivere il loro sacerdozio regale non tanto nel tempio ma per strada. Infatti, amava definire i laici “sacerdoti della strada e sacerdoti dell’uomo”, chiamati a costruire un nuovo umanesimo sociale alla luce dei valori del vangelo, come la fraternità e la capacità di donare tutto se stessi agli altri.

In continuità con questa sua attenzione ai laici pubblica nel settembre 2012, il nuovo testo di Linee pastorali per l’anno 2012/13 dal titolo “Pietre vive per la costruzione del tempio”. In questo documento sottolinea l’importanza per i credenti di saper fare anzitutto comunione nella chiesa per poter in seguito proporsi come modello di comunità a quelle comunità che nel mondo sono disorientate e in cerca di una meta.  Castoro invita tutti ad essere pietre non di inciampo o lanciate l’una contro l’altra, ma pietre costruttive che sanno edificare e non solo demolire. Edificarsi a vicenda per crescere insieme senza lasciare nessuno solo con se stesso. Pietre unite chiamate a fondare sull’unica pietra che è Cristo, definita da Paolo “pietra angolare”.

A partire dal 2013 Mons. Castoro fa suo il magistero di Papa Francesco con il testo delle Linee pastorali consegnate per l’anno 213/214, dal titolo “Prendete il largo e gettate le reti (Lc 5,4). Comincia a dire anch’egli che bisogna uscire dal tempio e andare verso le periferie del mondo. Castoro, come pastore attento ai cambiamenti della nostra società garganica, vuole un chiesa in uscita, che, seppur esposta ai rischi di sporcarsi le mani, sa andare incontro alla gente per accoglierla e orientarla, affiancarla e sostenerla. Per questo ha insistito che tutta la  chiesa diocesana a “prendere il largo”, a non avere paura di navigare in acque tempestose, ma a fidarsi del suo Maestro per andare a cercare i lontani e gli esclusi, quelli che hanno fatto naufragio.  Gli ovili delle parrocchie, diceva, non devono avere steccati e recinti, ma alla sera devono contare non tanto le persone che ci sono, ma quelle anche ancora mancano.

Nel settembre 2014, consegnava Le Linee pastorali per l’anno 2014/20154, dal titolo, molto toccante,  “Non ci ardeva forse il cuore?”, facendo esplicito riferimento ai discepoli di Emmaus. Qui opera una rilettura in chiave diocesana dell’Esortazione di Papa Francesco “Evangelium gaudium”. Il testo, che ruota attorno a tre parole chiave che sono passione per il vangelo, corresponsabilità e ministerialità, aveva l’obiettivo di superare le tentazioni del grigio pragmatismo della pastorale e quello della mondanità spirituale che rende poco credibile la presenza di alcuni cristiani diventati tiepidi nella società di oggi. Per Castoro, è la passione per il vangelo e non brame di potere che deve ispirare la scelta di vita da parte dl cristiano. E la passione per il vangelo rianima anche le passini genuinamente umane. Essa, mentre infatti nasce dalla vocazione, a sua volta genera la cura e la logica del servizio.

Castoro in questi scritti rivolge la propria attenzione a quattro priorità: la famiglia, i giovani, i poveri e i laici. Sono i quattro campi dove per il presule scomparso si gioca la nuova evangelizzazione e i nuovi modelli di pastorale fondati più sull’accompagnamento delle persone che sulla burocrazia, più sulle grandi alleanze  educative da fare con le altre agenzie educative presenti sul territorio, piuttosto che su progetti solitari e proselitismi fondati su modelli trasmissivi ormai obsoleti e inefficaci.

Nel settembre 2015 Mons. Castoro scrive la sua seconda Lettera pastorale dal titolo «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11), per celebrare l’anno giubilare voluto da Papa Francesco e dedicato al tema della misericordia. L’icona biblica di riferimento è l’adultera perdonata, la quale viene redenta come persona, come donna e come soggetto che è stata ingannata da un amore sbagliato. Qui il vescovo ha parole di tenerezza per tutte le fragilità umane di fronte alle quali Dio non vuole il giudizio ma solo il discernimento e il perdono che rigenera.

Nel settembre 2016 consegna Le Linee pastorali dal titolo “Il sogno condiviso: cristiani sulla soglia”, dove parla di una chiesa che deve saper stare sulla soglia che viene descritta come una porta semiaperta, dove molti si giocano la vita senza mai capire bene da che parte andare. Con questo testo Mons. Castoro comincia a utilizzare i cinque verbi del Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze svoltosi nel 2015. Il primo verbo è “Uscire”, verbo molto caro anche a papa Francesco. Egli, infatti,  era convinto che l’uscire rispondesse a quattro esigenze: teologica (perché il nostro è un Dio in uscita); cristologica, perché Cristo è il Figlio che esce dal Padre per venire verso la nostra umanità ferita; ecclesiologica, perché la Chiesa da dogana deve trasformarsi in una “locanda” che sa farsi carico delle ferite umane; e infine antropologica, perché i cristiani devono essere come diceva il Concilio “esperta di umanità”, e anche perché l’uomo, che è oggi è arroccato nel proprio io, deve uscire, cioè deve sapersi decentrare per  aprirsi e così fare esperienza dell’alterità in tutte le sue forme.

Nel 2017, quando ormai sapeva di essere malato, il nostro amato vescovo trova la forza per scrivere le Linee pastorali per l’anno 2017/18 dal tiolo “Il Vangelo a tutti”, avente come tema il secondo verbo di Firenze “Annunciare”.

Ma questo è un testo sofferto, partorito già quando il suo corpo era segnato dalla sofferenza a causa della sua malattia, ma anche aperto alla speranza propria di un pastore che sa che deve andare avanti per primo anche sulla via del dolore oltre che su quella dell’amore. Scrive a riguardo Mons. Castoro con parole toccanti: “A causa della malattia ero quasi sul punto di rinunciare a scriverle, ma con trepidazione e per tenere fede al mio ministero ho maturato l’idea che proprio questo momento di prova potesse diventare per me un’occasione ancora più opportuna per poter testimoniare la bellezza del Vangelo e la potenza del Mistero pasquale. È inutile dir vi che questi mesi di sofferenza mi hanno insegnato molte cose. Ho imparato a fare i conti con la mia debolezza e la miafragilità, la quale – se nella logica umana rappresenta un ostacolo – nel cammino di fede costituisce invece un canale privilegiato per vivere in modo più aderente alla croce di Cristo (cf. Col 1,24). Grazie alla Parola di Dio, che in questi mesi mi sta accompagnando più che mai, e alla preghiera ho capito che tutto è grazia.” Citando S Simone Weil, filosofa a lui tanto cara, Castoro dichiara di aver «imparato che “la sofferenza della sventura non è altro se non un contatto doloroso con l’amore di Dio, come la gioia è un contatto pieno di dolcezza con il medesimo amore”».

Grazie Mons. Castoro, pastore buono, mite e dai modi di fare semplici e affabili, sempre disponibile, prudente e attento alle fragilità delle persone che ti hanno avvicinato, uomo di popolo e testimone di un Dio che si fa vicino a ogni uomo in cerca di senso. Guida di una Chiesa sempre proiettata nel proprio presente, incarnata nelle situazioni dell’oggi, aperta, per farsi compagna di viaggio su ogni strada del mondo.

Grazie e buon viaggio verso quelle braccia di infinita tenerezza e di eterna misericordia delle quali le tue sono state segno visibile e narrazione feconda.

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